44.00

Sicilia mitica arcadia Von Gloeden e la scuola di Taormina

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Descrizione

Da CulturaGay.it
Recensione di Giovanni Dall’Orto

Nel panorama delle pubblicazioni sempre più numerose su Gloeden & c. questo libro si presenta come un colpo di cannone: per il formato (in-quarto grande), per la confezione lussuosa (bicromia, copertina rigida, sopraccoperta) e per la cura meticolosa della stampa (nitidissime le immagini), cosa che se non altro giustifica il prezzo decisamente non “popolare” (44 euro). Ma è una cannonata che rischia di dover fare i conti con una polvere da sparo bagnata dal solito, vecchio, imbarazzante tema in cui s’inciampa sempre parlando di Gloeden: l’omosessualità.

I curatori di questo volume hanno intrapreso l’opera meritoria di ricostruire il contesto dei fotografi operanti a Taormina negli stessi decenni di Gloeden, soprattutto Giovanni Crupi (1859-1925) e Gaetano D’Agata (1883-1949), ma anche altri. Fotografi per lo più di paesaggi (per cartoline turistiche) e di scene “di genere”. Che però non disdegnarono qualche nudo maschile, anche se per lo più insipido e mancante della trasfigurazione poetica del desiderio erotico verso il corpo maschile, che fu il tratto caratteristico di Gloeden (e sarà stato forse perché Gloeden era gay e loro no…?).

Molti dunque i paesaggi e i “tipi siciliani” di questo libro: chi cerca una pubblicazione sui nudi di Gloeden non inizi da qui. Intendiamoci, le foto sono splendide, splendidamente scelte e splendidamente stampate. Ma il nudo occupa solo una sezioncina (pp. 41-56); il resto è un’analisi di storia della fotografia per capire Gloeden, dato che egli apprese a fotografare proprio a Taormina (da Giuseppe Bruno, come si premurò di farci sapere egli stesso). Dunque, per capirlo è interessante osservare la produzione di Bruno, di Crupi, dei suoi altri colleghi, e dei suoi imitatori.

Ciò detto, passa in secondo piano il fatto che la scelta dei nudi sia piuttosto banale, trattandosi di scatti già editi altre volte e scelti fra i più “accademici” e innocui (a iniziare dalla copertina).

Meno irrilevante è però che nei lunghi saggi iniziali, “La scuola di Taormina” di Vincenzo Mirisola” (pp. 8-13) e “Il fuoco di Taormina” di Giuseppe Vanzella (pp. 16-39, utile sintesi biografico-artistica), i due curatori rivelino atteggiamenti oppostirispetto all’aspetto omosessuale dell’arte di Gloeden.

Se Vanzella riconosce senza problemi l’aspetto erotico e a tratti perfino grassoccio del buon Gloeden, e la cosa non lo turba, Mirisola è al contrario soffocato da un rigurgito di omofobia che gli rimane di traverso, spingendolo a negare con vero furore che possa esistere una mostruosità quale un’arte omosessuale (un argomento che troverò convincente solo quando qualcuno negherà che esiste un’arte eterosessuale):

Si è parlato molto – troppo, a mio parere – dell’omosessualità di von Gloeden, e dell’influenza che questa ha avuto sulla sua produzione artistica.
Guardare alla persona, considerane vizi e virtù, inclinazione e comportamenti, scandagliarne la vita privata per trovare una giustificazione alle immagini, è un modo sbagliato e forviante
 (sic) di accostarsi all’arte. In arte, e in fotografia, valgono le opere, e solo queste hanno importanza, l’invenzione di forme e la materia plasmata e modellata dalla luce.
Dire che l’estetica di Gloeden è un’estetica omosessuale, è negare gli stessi valori fondanti dell’arte
 (sic!).
Essa non ha sesso, non esiste un’arte maschile o femminile, e dunque (sic) non esiste nemmeno un’arte omosessuale. Neanche in un piccolo centro lontano dai fermenti culturali, come la Taormina di fine Ottocento, si avevano questi preconcetti.
Nella sua residenza, meta di innumerevoli visitatori di tutto il mondo, alcuni
 (sic!) dichiaratamente omosessuali, von Gloeden non diede mai scandalo [falso – NdR]. Era intimo amico del parroco di Castelmola, e i suoi ospiti erano spesso sistemati presso i frati del vicino convento di San Domenico [che però all’epoca non abitavano più lì: il convento era stato espropriato ed era – come è – un semplice hotel. NdR].
I taorminesi sorridevano della sua eccentricità e tolleravano le sue piccole manie, rispettosi della diversità e di quella che intuivano essere una grande individualità d’artista” (pp. 9-11).

Ma se la cosa è tanto irrilevante, perché allora in copertina è stato messo un maschietto seminudo di Gloeden, invece di un bel carretto siciliano di D’Agata o un panorama di Crupi con l’Etna fumante?
Vuoi vedere che alla fine, l’erotismo la sua importanza ce l’ha… magari solo per smerciarli, i libri d’arte?
Fooorse è così. Ma non ditelo a Mirisola: con la sua concezione paleoromantica ed ottocentesca – oltre che eterocentrica– dell’arte, potrebbe rimanerci tanto ma tanto male.

Informazioni aggiuntive

Peso 500 g

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