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EMME EFFE. Maternità femministe, DWF (127-128) 2020, 3-4

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Descrizione

“Maternità Femministe” è il prodotto di una lunga riflessione, nata all’interno della redazione e proseguita in quella che nella pratica di DWF prende il nome di redazione allargata, un gruppo di donne che con noi sono, in modi diversi, in relazione personale e politica. Un percorso che abbiamo deciso di raccontare in apertura, rompendo quello che da più parti è stato definito il tabù della maternità, come esperienza incarnata, nel femminismo: «Si è passate dalla rivendicazione dell’interruzione volontaria di gravidanza […] alla GPA, lasciando un enorme vuoto nel mezzo sulla dimensione legata alle difficoltà e alle insicurezze della maternità, di un corpo e un’identità che cambiano; lasciando nel privato e alle relazioni di amicizia il confronto sull’esperienza, i dubbi, le incertezze e i sensi di colpa» (La redazione).

Il numero che state per leggere è un tentativo di mettere in parola ciò che spesso abbiamo percepito come qualcosa da silenziare nello spazio politico, da tenere nella sfera privata, forse addirittura da proteggere: l’esperienza della maternità.

Sandra Burchi e Chiara Martucci, che in un lungo saggio ripercorrono gli ultimi vent’anni dei femminismi italiani, mostrano come la maternità sia una carta che ha sempre scompigliato le regole del gioco: «Parlare di maternità nella politica delle donne si è legato a richieste di riconoscimento che sono andate apparentemente in direzioni opposte, da quella dell’esser riconosciute come madri-cittadine, portatrici di valori differenti, a quella dell’esser liberate dalla norma che ci vuole madri per forza. Un secolo di femminismo è servito a consegnare alle ultime generazioni di donne e di femministe, una carta fuori dal mazzo: una libertà tutta da declinare. Esistono narrazioni in grado di dare voce a questa libertà?».

è proprio sul terreno delle narrazioni dell’esperienza che abbiamo scelto di muoverci per sciogliere quei nodi venuti fuori dal confronto personale e politico: cosa succede alle donne che diventano madri? E a quelle che non scelgono quest’esperienza? E ancora, a quelle che non riescono a rimanere incinta? Cosa si perde e cosa si trova?

Abbiamo provato a rispondere a partire dai corpi di chi ha scelto di diventare madre: «Maturavo l’idea di avere un corpo in cui convivevano due esseri viventi» (De Vitis) e dal conflitto che tale scelta provoca: «Tra il proprio desiderio di essere madre e il mondo esterno; conflitto con la memoria storica del femminile, con la propria genealogia materna e con la intima e personalissima ricerca del senso della propria esistenza» (Ammirati), fino ad arrivare alla relazione madre-figlia che mette in dialogo due generazioni, un amore che dice di un passaggio politico importante: «Ti ho molto amata e molto ti amo, e credo che la mia generazione abbia conosciuto la gioia di poter nominare l’amore verso la figlia» (Carati, Leiss).

Abbiamo raccolto alcune strategie messe in atto per salvarsi dalla maternità come esperienza totalizzante: «L’esperienza si faceva scrittura e la scrittura si faceva esperienza» (Ballista), ma anche dalla non maternità come stigma sociale: «Vorremmo che le donne che scelgono di non fare figli avessero un nome, perché avere un nome significa esistere» (Lunàdigas/Bonu, Di Martino). Abbiamo inteso la maternità come campo di esperienza che interroga tanto coloro che la scelgono quanto chi no, perché la consideriamo – in quanto funzione sociale e aspettativa di genere – un canone con cui chiunque si ritrova continuamente a confrontarsi. Anche sul versante dei servizi pubblici, che affrontiamo con un racconto delle donne che hanno pensato gli asili nido, delle donne che ci lavorano, delle donne che lo frequentano: «Se crediamo che la maternità non debba essere vissuta come un momento di debolezza e isolamento, allora dobbiamo ricominciare dai nidi. Perché tornino a essere un luogo di diffusione dei diritti delle donne, dei diritti del lavoro, dei diritti di bambine e bambini» (Branca).

Alla psicoanalista femminista Manuela Fraire abbiamo chiesto di accompagnarci nel viaggio che dagli anni Settanta ci ha condotto a oggi, in relazione a quella che lei stessa ha definito ‘l’impresa della maternità’: «Non è il desiderio di fare un/a figlio/a, ma la potenzialità che è di per sé una forza psicologica enorme», forza che negli ultimi anni ha cercato e trovato «un’alleanza con la scienza che ha permesso un trionfo sui limiti imposti dalla biologia» (Fraire/Cacioli, Di Martino), senza perdere di vista i «rischi di sfruttamento ma anche una specie di strano smembramento, che divide il corpo femminile in funzioni autonome e legate a dinamiche di mercato» (Ergas/Ciarniello, Paoletti).

Indagare il rapporto tra i corpi e la tecnologia, tra il desiderio e il limite, non è semplice, perché ci pone di fronte alla domanda “Cosa rende madre una madre?” In questo numero Caterina Botti, in un inedito saggio che prende le mosse dalla sua infanzia, risponde: «Non c’è un modo solo di essere madre, come non c’è un modo solo di riprodursi e perfino di nascere. L’umano si fa, diviene, muta, e la biologia poco dice o norma. […] Cercare un nesso stabile, indissolubile, che fondi le nostre categorie, è porre una prospettiva limitante, non solo per il presente o il futuro, ma anche per leggere il passato (collettivo e non solo personale) e rappresentarsi la ricchezza che ci si può trovare» (Botti).

Su questa scia Camilla Veneri rilegge la maternità in un pezzo che mette al centro l’immagine della stanza – Woolf insegna – come ‘spazio per sé’: «Una stanza in cui costruire un sapere e delle pratiche, guardare il proprio corpo e anche il corpo nato dal proprio corpo, misurare i desideri e le solitudini, immaginare traiettorie di autodeterminazione, di adattamento, di rassegnazione e di fuga».

Traiettorie di autodeterminazione che in questo numero abbiamo provato a tracciare con tutte le loro contraddizioni e ambiguità, dando spazio ai vuoti e ai pieni, con la certezza di aver aperto un varco nel complesso rapporto tra femministe e materialita? del materno, per le maternità e non maternità femministe di oggi e di domani.

(tdm)

Informazioni aggiuntive

Peso 250 g

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