Mario Mieli, una di noi

Il 9 novembre 2017 è uscita, per la casa editrice Feltrinelli, una nuova edizione degli Elementi di critica omosessuale di Mario Mieli. L’8 novembre, abbiamo organizzato una presentazione in ‘Anteprima NazioAnale’, invitando Corrado Levi, Elisa Virgili e Lorenzo Bernini a discutere il testo di fronte a un piccola folla festante.
Questo è il testo dell’intervento di Lorenzo Bernini.

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Innanzitutto vorrei ringraziare la Libreria Antigone e Mauro Muscio per aver organizzato questo evento come una festa, e per avermi invitato a questa festa. Davvero c’è da celebrare: una nuova edizione, ed economica, degli Elementi di critica omosessuale! Si tratta della terza, dopo quarant’anni dalla prima pubblicazione, e dopo quindici anni dalla seconda – corredata di apparati critici curati da Paola Mieli, sorella di Mario, e Gianni Rossi Barilli –, che economica non era.

Sono felice di partecipare a questa festa, e sono onorato di essere in compagnia di due studiosi e amici che stimo moltissimo, Corrado Levi ed Elisa Virgili. Con Corrado ed Elisa, rappresentiamo evidentemente tre stagioni della vita, della ricerca e della militanza, e anche tre momenti della carriera accademica: Corrado è stato professore ordinario, io sono attualmente ricercatore a tempo indeterminato, Elisa è una precaria della ricerca, a cui auguro di riuscire a trovare presto la stabilità lavorativa che merita. A partire da questa evidenza, vorrei condividere con voi una riflessione che riguarda il passare del tempo: una riflessione su ciò che questo libro può rappresentare a quarant’anni dalla sua pubblicazione, per una nuova generazione di studiosi, studiose e militanti.

Non voglio millantare contatti con la casa editrice Feltrinelli, che non ho. Non so che cosa l’abbia spinta a far finalmente uscire questa nuova edizione. Azzardo tuttavia l’ipotesi che tra le ragioni possano esserci anche delle proiezioni di mercato: se una casa editrice come Feltrinelli pubblica un libro, è perché si aspetta che questo libro venda, è perché spera che l’offerta possa intercettare una domanda. La vostra presenza qui stasera, così numerose e numerosi, sembra in effetti confermare che questa domanda c’è – cosa di cui, naturalmente, non posso che rallegrarmi. Ritengo tuttavia che sia opportuno soffermarci sull’interesse che Mieli continua a suscitare, che sia opportuno interrogarlo: a mio avviso esso potrebbe contenere un rischio. mario_mieli

Esiste ad esempio la possibilità che Mieli diventi un’icona, un santino, una statua di cera nel museo della trasgressione queer. Questo, a mio avviso, è un rischio che dovremmo impegnarci ad evitare. La copertina della nuova edizione riporta un bellissimo San Sebastiano ritratto dal Perugino – il giovane San Sebastiano trafitto dalle frecce è da sempre un emblema dell’omoerotismo. Vorrei però invitarvi a pensare anche a un altro santo, a San Francesco. La Chiesa lo canonizzò nel 1228, soltanto due anni dopo la morte, nel tentativo di neutralizzarne la forza rivoluzionaria. Facendolo santo, lo rese un modello irraggiungibile: la gente comune non avrebbe dovuto imitarlo, ma avrebbe dovuto adorarlo – e continuare a seguire i dettami della Chiesa. Da qualche tempo invece, a quasi ottocento anni di distanza, San Francesco, ormai innocuo e quindi pericoloso come uno specchietto per le allodole, è diventato un brand per il marketing della Chiesa di Bergoglio, alla ricerca di nuovo appeal.

Questo non deve accadere con Mieli: a trentaquattro anni dalla morte, non dobbiamo farne il santo protettore dei movimenti gay, né un marchio che certifichi, contro i movimenti gay, la radicalità dei movimenti queer: «io sono più mieliana di te che sei foucaultiana o butleriana! E sono anche più mieliana di quell’altra che dà di Mieli un’interpretazione meno radicale della mia!». Non dobbiamo adorare Mieli, né identificarci con lui. Occorre invece saper riconoscere in Mieli uno di noi, una di noi, senza farne un oggetto di culto.

Occorre cioè comprendere gli Elementi criticamente e storicamente, mettendoli in relazione al contesto in cui vennero redatti e pubblicati: riconoscendo i debiti che questo testo, per quanto eccezionale, sconta con il clima politico di tutta un’epoca, con i movimenti di liberazione gay e i movimenti femministi per iniziare, e poi con il pensiero di altri intellettuali – come Luciano Parinetto, ad esempio, che insegnava in Statale quando Mieli era studente. Bene hanno fatto quindi nel 2002 Paola Mieli e Gianni Rossi Barilli a corredare il testo di un apparato critico, chiedendo a studiosi e studiose di commentarlo in appendice. Sarebbe stato forse meglio, però, che dopo quindici anni Feltrinelli avesse pensato ad aggiornare tale apparato anziché ripubblicarlo tale e quale, tenendo conto che molte cose sono nel frattempo accadute: l’acuirsi delle diseguaglianze prodotte dal neoliberismo, la crisi economica, l’immigrazione di massa, il terrorismo islamico, l’avvento di una nuova destra populista, le unioni civili in Italia, la crociata globale della Chiesa cattolica contro la ‘teoria del gender’… Tutto questo ci rende oggi lettrici e lettori di Mieli differenti dai noi stessi di quindici anni fa.

Bisogna anche tenere conto del fatto che quando questo libro uscì, Mieli aveva solo venticinque anni, e che ne aveva ancora meno quando lo scrisse: gli Elementi sono una rielaborazione della sua dissertazione di laurea in Filosofia morale – certo molto documentata, ben scritta e molto audace, ma una dissertazione di laurea. Mieli era uno studente, insomma, era un ragazzo. Un ragazzo della lingua affilata e dalla prosa forbita, ironico, brillante, esplosivo – geniale e folle al tempo stesso, ma non privo di una certa fresca ingenuità.

Che sia per gli anni nel frattempo trascorsi, o per l’imprudenza dell’autore, sta di fatto che questo libro contiene traviata-norma-ovvero-vaffanculo-ebbene-a17a03f5-32d1-4fca-b411-6bf699f22e4bposizioni che oggi sono insostenibili. Come la difesa della pedofilia. O come la tesi secondo cui la rivoluzione sessuale avrebbe come esito la liberazione di un desiderio polimorfo comune a tutti gli esseri umani, che Mieli chiama ‘transessuale’ e che oggi chiameremmo pansessuale. La rivoluzione per Mieli è un ritorno all’origine, come nel significato astronomico, galileiano, del termine: essa condurrebbe all’avvento di un nuovo tipo umano che nuovo non è, perché già presente allo stesso modo in ogni umana ed ogni umano. Se non fosse per l’educastrazione perpetuata dalla società capitalista, per Mieli saremmo sessualmente tutti uguali, polimorfi senza identità di genere e senza età: e a questa omogeneità del tutto e dell’uguale dovremmo aspirare di fare ritorno. Qualcosa suona minaccioso in questa tesi, lo spettro di una visione totalitaria che accomuna Mieli a una certa sinistra del tempo.

Oggi, in seguito alla presa di parola di chi è stato vittima di abusi, sappiamo bene che i bambini vivono in modo estremamente traumatico il sesso con gli adulti. E grazie alla voce delle persone transgender, sappiamo anche che la questione dell’identificazione di genere non è così facilmente liquidabile. Foucault, Butler, le teorie queer ci hanno poi portati molto lontano dalla concezione freudomarxista della rivoluzione sessuale. Delle tesi di Mieli, a cui comunque non dobbiamo fare sconti, occorre tuttavia saper cogliere l’ironia, la provocazione, l’energia della gioventù. Dobbiamo cogliere in esse la forza dirompente dei movimenti di liberazione gay. La loro rabbia in anni in cui l’omosessualità veniva assimilata alla pedofilia, in cui ancora in Italia non esisteva una legge che consentisse il cambio del genere sui documenti, in cui ancora non erano emersi i movimenti transgender. E in cui, tuttavia, la smania delle minoranze sessuali di assimilarsi alla maggioranza eterosessuale era già presente, forte e chiara.

In questa energia ironica risiede, a mio avviso, l’attualità degli Elementi: è questo che spero alimenti la curiosità delle nuove generazioni di studiosi, studiose e militanti. Questo, e non il carattere iconico del marchio Mario Mieli. Perché dopo decenni passati a chiedere i matrimoni per ottenere le unioni civili, in questo nostro tempo di familismo e perbenismo, della potenza rivoluzionaria di Mieli e dei movimenti di cui faceva parte abbiamo un gran bisogno, come di una boccata d’ossigeno.

Le teorie queer contemporanee chiamano ‘omonormatività’ il desiderio di inclusione delle lesbiche e dei gay nelle società eterosessuali e neoliberali. ‘Omonormatività’ è anche il nome che viene dato al processo attraverso cui nei movimenti lesbici e gay, sulle istanze rivoluzionarie dei movimenti di liberazione sessuale, hanno prevalso le richieste dei soli diritti matrimoniali: rivendicazioni di eguaglianza giuridica, che prescindono dalle questioni della diseguaglianza economica e dell’ingiustizia sociale. ‘Omonormatività’ è infine il nome che viene dato alla leadership che spesso maschi gay cisgender, bianchi, normodotati e benestanti detengono in quei movimenti che dagli anni novanta hanno preso a utilizzare l’acronimo GLBT, poi LGBT, oggi LGBTQIA+… Questi movimenti dovrebbero idealmente rappresentare tutte le soggettività nominate nell’acronimo, ma la leadership dei maschi gay cisgender, bianchi, normodotati, benestanti di cui sopra fa sì che essi trascurino i bisogni delle persone transgender, intersex, queer, asessuali, migranti, razzializzate, povere, disabili – nonché delle donne e delle lesbiche.

Gli Elementi contengono appunto una critica radicale a quella che abbiamo in seguito imparato a  chiamare ‘omonormatività’, e per questo costituiscono un corrosivo antidoto al moralismo, al perbenismo, all’elitismo, all’islamofobia, al razzismo da cui i ricchi gay integrati in carriera, che in una città come Milano conoscete bene, non sempre sono alieni.

            La liberazione omosessuale sarà intersessuale, bisessuale, transfemminista, pansessuale ma non soltanto pansessuale, antirazzista, antiabilista, anticapitalista, rivoluzionaria. O non sarà!
È questo l’insegnamento di Mario Mieli, valido ancora oggi. «Lotta anale contro il capitale»!

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